Non abbastanza (The transfer is complete)

Qualcuno che non sa cosa dice oserebbe dire che mi piaceva perché ero abbastanza sicura di non piacere a lui, o che lui fosse impossibile da conquistare o da far innamorare. Forse questa irreperibilità è molto sopravvalutata in giro. Forse è proprio chi parla così che vuole qualcosa di impossibile da raggiungere.

Lui era più di questo ma non ho mai trovato parole che me lo rendessero più chiaro, meno oscuro e meno nascosto. Non ho mai trovato frasi che mi svelassero il suo mistero.

Mi piaceva perché era vero e anche il contrario di vero.
Mi piaceva perché un po’ surreale lo era, ma non troppo e non fino a sembrarmi irreale, fuori portata persino dalla mia fantasia.

Eppure non mi piaceva abbastanza da frantumarmi il cuore,
non abbastanza da seppellirmi viva dentro una casa assieme a persone che non sopporto.
Non abbastanza da voler andare via a cercare un’altra vita e non abbastanza da viaggiare con un’idiota (e come un’idiota) verso un’ indimenticabile città che quel viaggio avrebbe reso dimenticabile.

Non abbastanza da creare una specie di blog alternativo in cui rinchiuderci ogni impronunciabile – e nemmeno particolarmente inammissibile- pensiero nelle notti in cui il mio unico pensiero sarebbe stato lui.

Non abbastanza da concepire nuovi colori e forme, lasciandoli vivere in me fino ad appena un secondo prima che mi distruggessero. Per poi riempire interi fogli di stronzate.

Non abbastanza da disegnare ogni giorno un volto diverso e poi cercarci dentro il suo, soltanto per incontrarlo ancora una volta, ogni volta.

Non mi piaceva abbastanza da fare una mostra con tutti i miei quadri per poi rendermi conto che non me ne fregava niente, e che peggio di un’intera parete piena delle mie stronzate c’era solo un’intera parete piena delle mie stronzate contemplata da stronzi che dicevano stronzate.

Mi piaceva perché sapeva sfiorarmi come si sfiorano i tasti di un pianoforte e la melodia che creava poteva rimanermi impressa per settimane intere.

Mi piaceva perché ogni bacio liberava una pioggia di luce, ogni carezza poggiava su di me come neve calda sulla mia pelle.
Non mi piaceva però abbastanza da sentirmi sconfitta sotto l’imponenza delle sue labbra,
non abbastanza da sentirmi esaminata invece che accarezzata.

Mi piaceva perché mi piaceva parlare con lui.

Mi piaceva ma non abbastanza da avviare un countdown prima di pronunciare ogni parola.

Non abbastanza da aver timore di rovinare tutto, non abbastanza da zittirmi ad ogni sguardo perché qualsiasi silenzio sarebbe stato ben più interessante o azzeccato di qualsiasi parola da me pronunciabile.

Non abbastanza da nutrire il terribile e contraddittorio presentimento che quel che amo potesse essere anche mio nemico, o magari il mio più terribile nemico.

Mi piaceva e una volta mi ha sconfitta anche lui. Ma non troppo, non abbastanza. Perché non mi piaceva abbastanza da farmi avvertire, improvvisamente, tutta l’inspiegabilità del mondo sulle mie spalle, quasi come se non trovassi più le parole per dire una semplice verità a qualcuno che stava credendo a un’elaborata bugia.

Mi piaceva perché mi ha riportata a casa in una notte in cui la festa non sarebbe mai nemmeno cominciata.

Mi piaceva perché quella notte non voleva altro da me, e mi ha ascoltata piangere senza raccontarsi storie su di me, abbracciandomi e basta.

Mi piaceva perché ogni tanto era pianeta ed ogni tanto satellite, eppure non alterava i miei equilibri con alte o basse maree.

Mi imbarazzava, ma non mi liquefacevo sotto ai suoi occhi come una panna in fase di smontatura.

Mi piaceva perché con lui ero una ma anche tanti multipli di uno, ero me ma anche tante donne, eppure lui non era tutti gli uomini che mi hanno tradita.

Mi piaceva perché sapeva di una vita che non avevo mai avuto e solo guardarlo e respirarlo mi faceva fare i conti con quella bellezza ad ogni sguardo ed ogni respiro. Ma non mi piaceva abbastanza da sentirmi scorrere la vita addosso avendo la insopportabile sensazione di aver sacrificato anni per niente senza che questa consapevolezza riuscisse a farmi cambiare la corsa.

Non mi piaceva abbastanza da confondere il concetto di “prudenza” con quello di “immobilità”.

Mi piaceva perché era ciò che c’è di più simile ad un sogno ma non abbastanza da farmi male quando si è rivelato non essere altro che un sogno.

Insomma mi piaceva, ma non abbastanza, o invece mi piaceva perché non era abbastanza te?

.
.

Lo so, sono amara come questo post oggi, anche se l’ho scritto chissà quanto tempo fa, ogni tanto torna attuale.

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Non scrivo più

E’ un po’ di tempo ormai. Le parole sono tutte lì che mi provocano a scriverle eppure non cedo mai. E’ simile a un’ispirazione latente che non vuole prendere forma, una voglia di scrivere unita a un desiderio di sottrarmi al potere delle parole.

Quindi non so.
Non so da che parte cominciare.

Farei volentieri uno scambio, a volte. Tra i pensieri che si palesano nella mia mente come condor in cerca di prede e quelli che vorrei scrivere e continuano a sfuggirmi.

Sarebbe uno scambio equo, secondo me.

E tu stai proprio lì, un po’ a metà strada, tra le cose che voglio scrivere e le cose di cui non saprei che dire neanche se volessi.

Perché non so descriverti ne’ come pensiero ne’ come ricordo.
Indefinito al punto di sfuggirmi nella realtà come nella fantasia, ed è questo il motivo per cui solo parlando del niente riesco a parlare di te.

Saturno e la centrale eclettica

Va' dove ti porta il cursore

Ho smesso di pormi le domande, ora sono le domande che si pongono me

Forse quel giorno ho preso la via per il ritorno più lunga invece di quella più breve.
Forse volevo semplicemente tornare a casa mia, e Google Maps mi si è aperto per sbaglio. Trovare le coordinate, chiamarti, cercare il tuo nome tra i tanti che ho in rubrica. Come guardare una sceneggiatura di un film che prende forma.
Sapere dove abiti senza effettivamente saperlo. Non saperlo pur sapendolo. Ed avanzare verso qualcosa per lo più ignoto, indomabile, influenzabile, imprevedibile, imprescindibile, di cui potrei sempre fare a meno. Verso te.

 
Lui mi dice di scacciare via i dubbi che ho. Lo ha detto chiaramente: Ora basta non pensare più a queste cose e manda via i dubbi. Avrei dovuto dirglielo che sono proprio i dubbi a tenermi lontana da lui? Avrei dovuto, immagino. Ma probabilmente avrebbe riformulato…

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Che savana è.. la blogosfera

Il mio blog tace

vinto dal nulla

assediato dalle fameliche ombre

di avvoltoi

che del nulla si cibano

ma sorgerà ancora

 

 

Millennium Trilogy

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Non è che volevo. Dovevo scrivere almeno qualche riga su questo ultra mega romanzaccio che mi ha letteralmente travolta, sedotta e… abbandonata.

Ma partiamo dall’inizio!

Si tratta in realtà di una trilogia, ma sarebbe più corretto definirla una “serie interrotta” visto che l’autore- Stieg Larsson (“anni” a farne lo spelling per poterlo prenotare in biblioteca mi rendono ormai facilissimo scriverlo)- è morto prima di poter scrivere il libro finale della serie. imagexxs

Tre libroni da circa 700 pagine l’uno, un susseguirsi di atmosfere gelide e dense di misteri, caratteristiche dei paesi nordici, visto che pressappoco tutte le vicende sono ambientate in Svezia.

Mi aveva incuriosita il fatto che fosse un thriller e che trattasse di vicende giornalistiche in ambiti informatici, avevo già intuito che mi avrebbe indotta fin da subito ad addentrarmi nella storia e beh, ci avevo visto giusto! Ma quanto , giusto?

E’ impossibile sapere se ti piacerà un libro prima di leggerlo, e il bello è proprio questo, no? Vada come vada, è sempre una sorpresa. A volte una bella sorpresa, alle volte un po’ meno. Devo dire che fin dai primi due terzi del primo libro la mia opinione in merito allo stile dello scrittore cominciava a vacillare un po’. Stavo aspettando una svolta epica che avrebbe formalmente ufficializzato il libro come uno dei miei preferiti.

E, semplicemente, non è arrivata. Così sono rimasta un po’ delusa ma ciò non cambiava ovviamente il fatto che il libro mi avesse tenuta incollata alle pagine dall’inizio alla fine. Si, nonostante capitoli interi che a volte strabordavano un po’ di informazioni che non mi sembravano necessarie ne’ alla storia ne’ all’ambientazione. Non sono un tipo che odia le descrizioni, in realtà.

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Ma ho scoperto ben presto che lo stile di questo scrittore è molto… Ricco di dettagli ed informazioni, non saprei descriverlo in altro modo. Se da una parte ciò può rivelarsi interessante dall’altra ostacola un po’ il coinvolgimento con la storia vera e propria.

Nel terzo libro ciò diventa ancora più “maniacale” e le informazioni cominciano a susseguirsi all’impazzata, tra dettagli irrilevanti e personaggi marginali che compaiono per dieci minuti descritti fin nei minimi dettagli con vita morte e miracoli ecc. (ricordo ancora una manciata di capitoli dedicati a un inserviente che doveva soltanto posizionare un telefono cellulare per aiutare Mikael)

E’ una delle particolarità di questa trilogia. “Personaggi terziari” che prima o poi devi odiare per forza perché stanno in mezzo ai piedi mentre tu vuoi sapere assolutamente come finisce una determinata questione tra i personaggi veri e propri.

Ma questo è l’unico aspetto stilistico che non mi è piaciuto di tutti e tre i libri. Certo, è un aspetto bello grosso in definitiva, ma la storia principale è strutturata in un modo altrettanto macchinoso ed intricato, tanto che vale anche qualche descrizione di troppo. I due protagonisti sono ben costruiti e adorabili ognuno a modo suo. Ma anche quelli secondari non sono da meno, inoltre i misteri e gli enigmi particolari che costellano la trama sono ben congegnati e cervellotici.

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I personaggi

Lui, Mikael, reporter quarantenne di successo, responsabile di una testata giornalistica mensile (Millennium, appunto) estremamente mordace nei confronti dei potenti corrotti e che mira a smascherare vicende spinose in ambito politico ed economico.

Lei, Lisbeth, ragazza all’apparenza un po’ Emo, venticinquenne hacker, lavora come ricercatrice per una ditta che si occupa di impianti di sicurezza personale o aziendale che alle volte conduce investigazioni private per conto dei clienti. Insolente e intelligentissima, riservata e diffidente nei confronti delle persone, è il tipo di personaggio che risulta interessante fin dall’inizio. Non voglio dire altro per non rovinare alcuna sorpresa, ma è una tipa in gamba.

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Le storie di Mikael e Lisbeth le ho trovate coinvolgenti al punto giusto e semplicemente meritano di essere lette.

Il primo libro nella versione italiana si chiama Uomini che odiano le donne e, proprio come ci si aspetta dal titolo, tratta di violenza contro le donne , all’inizio di ogni nuova parte del libro compaiono statistiche relative alle vicende di maltrattamenti contro le donne in Svezia. La tematica abbraccia in realtà tutti e tre i libri della trilogia ma nel primo quest’argomento è un legante naturale di tutte le vicende narrate. Il secondo libro, pur mantenendo la tematica di fondo di partenza, in ogni nuova sezione del libro presenta delle equazioni con annesse delle spiegazioni matematiche. Diciamo che riguarda uno dei tanti misteri del secondo libro, che di per se’ è quello che ho preferito.

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Prove di casting

Stavolta mi sono proprio sbizzarrita 😀

Mikael: Andrea Scanzi (giornalista del Millenn.. ehm.. Fatto Quotidiano)

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Erika: Lilly Gruber (Conduttrice di Otto e mezzo)

(ammettetelo dai, che l’accostamento non è poi assurdo!)

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E devo precisare che non ho neanche lontanamente immaginato che tra queste due persone ci sia del tenero nella realtà. Ma Mikael mi ha fatto pensare fin dall’inizio a Scanzi, quindi una volta terminata la lettura, al momento di assegnare un volto noto ad Erika, ho voluto optare per Lilly!

Per Lisbeth non ho alcun volto noto invece, mi va benissimo lasciarle quello di Mara Rooney, l’attrice che l’ha interpretata in “Uomini che odiano le donne” (The Girl with the dragon tattoo in inglese), nella versione di David Fincher. Anche Nomi Rapace, dell’altra trasposizione cinematografica, non mi dispiace ma trovo che questa sia più simile non tanto nell’aspetto fisico quanto nell’attitudine della Lisbeth originale del libro.vani

 

Aggiornamento: questo post è rimasto in forma di bozza per diverso tempo ormai, da quando l’ho scritto Millennium è diventato un inserto mensile del Fatto Quotidiano, il direttore della testata è Peter Gomez! Non so quanto bene abbiano fatto a “materializzare” un giornale opera di fantasia, forse si sono pompati un po “romanzandosi”, io stessa adesso quando compro il giornale in realtà penso al libro. Ma è stata sicuramente una sopresa, e una di quelle belle!:D

Bad Habits , Elisa (-2 alla partenza)

Bad Habits Testo – Elisa

Testo canzone “Bad Habits” di Elisa. La canzone è estratta dal album “On” del 2016.

Thought it was a thick wall I was leaning on
Thought I found the right war worth fighting for
They’re breaking in
And they want more
In the circle of trust, here I stand alone
A fistful of dust, is all I have to show

I’m wearing thin, and I’m letting go
Miles and miles beneath the ground
Lies the feeling I have found
Love that pulled me out the door

Love I’ve never felt before
Once it laid down next to me I saw all that I couldn’t see
Everything they took from me
But I’ll break bad habits
Old habits to break

When it’s getting dark no one’s gonna know
We’re fed to the sharks in the undertow
“oh… what have I done?” “I don’t know”
“we’ll blame it on them”, “we’ll put on a show”

You cry out for help, cuz you’ve lost your soul
But once again, we’ll forget it all
Miles and miles beneath the ground
Lies the feeling that I’ve found

Love that pulled me out the door
Love I’ve never felt before
Once it laid down next to me I saw all I couldn’t see

Everything they took from me
But I’ll break bad habits
Old habits to break
Hard habits to break

I’ll break bad habits
Miles and miles beneath the ground
Lies the feeling that I’ve found
Love that pushed me out the door
Love I’ve never seen before

Once it laid down next to me I saw all I couldn’t see
Everything they took from me
Gotta break bad habits
I’ll break bad habits
Break bad habits
I’ll break bad habits

TESTI ELISA | TRADUZIONE BAD HABITS

 

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Andiamo via (-3 alla partenza).

Una di quelle frasi assolutamente non necessarie.
Forse un giorno ho scoperto che lui riusciva a sopportare il mio silenzio molto più di quanto io non sopportassi il suo parlarmi di nulla.
E che tu desideravi il mio silenzio almeno tanto quanto io non agognassi a parlare con te di tutto.